Il pittore del Palcoscenico

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                                             GIANNI SAVARESE

                                       

  1. Sono nato a Napoli e per quelle strade ho vissuto la mia adolescenza. Quando passeggiavo per i vicoli, tra quei palazzi fatiscenti, rimanevo sempre affascinato da quelle figure che lo abitavano e che incrociavo. Se fossi stato un fotografo, avrei fatto mille scatti su quelle immagini fatte di donne, bambini che, per quanto vivessero una realtà disagiata, erano sorridenti, carichi di vibrazioni emozionanti anche se, nonostante tutto, riuscivo a intuire le cicatrici di una recondita fragilità. Quella sofferenza pervasa di dignità ho voluto raccontarla sulle mie tele.
  2. Anche Caravaggio, vede, si interessava ai poveri, ai derelitti. I suoi modelli erano gente del popolo. Per dipingere la MORTE DI MARIA (opera che fu rifiutata) utilizzò come modella una prostituta da poco ripescata dal Tevere. Se si guarda con attenzione ci si accorge che la donna ha il ventre gonfio di acqua e ancora il vestito rosso, che in quei tempi era identificativo per chi faceva quel mestiere. Quando ho cominciato a studiare Caravaggio, all’Accademia di Napoli, ma ne sono subito innamorato. Ho cercato di carpirne le tecniche, di come la luce riuscisse a scivolare sui suoi personaggi. In quegli anni ho dipinto le OPERE DI NON MISERICORDIA, in risposta alle sue, solo che le mie erano capovolte. Michelangelo Merisi è tutt’oggi il Maestro con il quale mi confronto e questo mi aiuta a migliorare.
  3. Queste discipline fanno parte di me, sono dentro di me, sono fonti di espressione e posso viverle singolarmente. Ma quando scrivo uno spettacolo da portare in tournée le metto insieme. Tutto parte da un’idea, dal racconto che intendo condividere. Poi i recitati, le musiche, la scenografia. La pittura è l’ultima cosa perché la eseguo in estemporanea. Spesso non so neanche cosa dipingerò nelle due ore di performance, ma mentre suono, racconto, canto, nella mia mente si forma un’immagine che vado a dipingere sulla tela posizionata sul palco e che a fine spettacolo sarà completa. Per questo il giornalista della Rai Gennaro Cosentino, dopo un mio spettacolo, in una recensione, mi ha definito: “IL PITTORE DEL PALCOSCENICO”.
  4. A Napoli ci sono nato, Roma mi è entrata dentro lentamente ma in modo pregnante. Se dovessi definirle direi che Napoli è leggiadria, il sorriso dell’anima, il teatro e la musica che respiri anche per strada. Roma è la storia, l’eterno. Artisticamente sono state determinanti nella mia formazione.
  5. Il Woody è stato un punto d’incontro che ho scelto di creare, in momenti diversi, sia a Napoli che a Roma, per dare un punto di riferimento a chi nella vita si sente isolato, non capito e non ha gli strumenti per esprimersi. Una scuola d’arte completamente gratuita dove tutti potevano accedere, senza limiti di età, di estrazione sociale o di etnia. L’arte, qualsiasi essa sia, avvicina le persone, le rende migliori.
  6. L’arte fine a sé stessa non esiste. Se uno scrittore non pubblica i suoi libri, il suo lavoro si riduce a poco più di un diario. Lo stesso vale per la musica, la pittura. L’arte appartiene a tutti, sia all’artista che al fruitore. Dirò di più, l’una non può esistere senza l’altro.
  7. Fu davvero un momento magico. Tornavo da Parigi, mi sentivo un po’ in colpa per aver lasciato Napoli per troppo tempo, così andai all’Accademia di Belle Arti per salutare dei vecchi professori e in quel momento nacque l’idea di uno spettacolo di strada. Avremmo coinvolto i ragazzi dell’Accademia, poi andai al Conservatorio di San Pietro a Majella che è poco distante, dove trovai altri professori entusiasti. Conoscevo una compagnia di teatro che accettò senza indugio. Dopo i necessari permessi scrissi lo spettacolo. Per strada pianoforti, sezioni ritmiche, ottoni, gli attori in costume che correvano coinvolgendo il pubblico, mentre io dipingevo, sotto gli occhi dei cronisti e di migliaia di napoletani, una tela di due metri accompagnato da un pianista jazz. Mi chiede che ricordi ho? Ho i brividi solo a parlarne.
  8. I premi sono il coronamento di un percorso, ma non sono determinanti. Gli ultimi dieci anni li ho dedicati alla scuola, ai miei studenti in Molise, dove ho avuto le più belle testimonianze di stima e affetto. Penso che questo sia il migliore riconoscimento.
  9. Bella domanda. Inutile nasconderci che stiamo vivendo una fase della nostra storia di esseri umani veramente drammatica. Troppe guerre, troppi morti, troppa indifferenza e superficialità. La cosa più triste è che a tutto ci si abitua, anche alla morte in diretta. In fondo, un pittore è un cronista, sto lavorando su un’opera che racconta la situazione attuale. Del resto come dimenticare GUERNICA di Picasso.
  10. Guardando al futuro alle nuove generazioni di artisti (e non solo) vorrei lasciare un verbo. Un verbo che apre a tutti gli altri ed è il verbo “SCEGLIERE”.  Si può scegliere di amare, di vivere, di dipingere, di scrivere, di scolpire, di essere tolleranti, di capire, di perdonare, di essere consapevolmente parte integrante dell’umanità. Allora tutto sarà possibile.    
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